DIMMI DI NO! Sentirsi buoni genitori e senso del limite

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Quando nasce un bambino nascono una mamma e un papà e arrivano da tutte le direzioni mille consigli più o meno desiderati e richiesti. I neo genitori sono bombardati da nonni, zii, amici, esperti del settore e chi più ne ha più ne metta, prontissimi a dare soluzioni e verità assolute sulla gestione del neonato: farlo piangere sì/no, carrozzina sì/no, lettone sì/no, allattamento a richiesta/ad orario, svezzamento/autosvezzamento ecc ecc.

I poveri neo genitori, magari già provati da notti insonni, già scombussolati da questo evento meraviglioso e destabilizzante insieme, si ritrovano in balia di opinioni contrastanti e in difficoltà nell’arginarle. Fioccano le insicurezze, i sensi di colpa “Starò sbagliando qualcosa? Piange? E’ colpa mia!”. Difficile mettere dei confini e cercare di non perdere la bussola in queste situazioni.

Mamma e papà comunque alla fine riescono a trovare la propria strada in questo fitto intrico di consigli/direttive, trovano il loro stile, si adattano alle risposte del bambino e ritrovano un equilibrio. Ma si sa, il mestiere dei genitori è quello più complesso, e non  finisce mai, anzi continuamente “si alza l’asticella”: il bambino cresce, interagisce maggiormente, le sfide educative che pone si fanno certamente più delicate e impegnative nel corso del tempo.

Arrivano i fatidici “terrible two”, il bimbetto di due anni “sfida” il mondo per conoscerlo, per capire quali sono i suoi limiti  e “fa i capricci”. I genitori, che pensavano ormai di essere sopravvissuti al primo impegnativo anno della nuova vita, si ritrovano ancora di fronte ad un arduo compito, probabilmente il più difficile….l’educazione dei figli. Benvenuti al secondo livello!

Anche qui arrivano consigli, indicazioni,“perle di saggezza”, critiche….la sculacciata sì/no, alzare la voce sì/no, le punizioni sì/no, spiegare al bambino sì/no. Bene…cerchiamo di fare chiarezza.

Ci sembra evidente la tendenza dell’attuale pedagogia nel differenziarsi sempre più dal tipico e, fortunatamente, obsoleto modello autoritario della vecchia famiglia tradizionale, dove i bambini non erano realmente visti, dove il potere genitoriale era stabilito la maggior parte delle volte attraverso l’uso della forza, dove non c’era spazio di confronto e di presa in carico del punto di vista del bambino.

Di contro oggi si sta affermando un tipo di modello educativo, passateci il termine, “politically correct”, dove il bambino piccolo è trattato come un piccolo adulto, si spiegano le ragioni per cui deve o non deve fare qualcosa, si spiega il motivo per cui un comportamento è adeguato o non adeguato, non si alza la voce, non si dà una “sculacciata”, si cerca di instaurare un dialogo a prescindere dall’età del bambino in questione. Questo modello, seppur assolutamente valido per quel che riguarda il rispetto del bambino come persona e delle sue emozioni, ci sembra nascondere dei potenziali rischi. Anche qui il bambino, come nel passato ma con modalità opposta, non è realmente visto. L’adultizzazione del bambino lo pone di fronte ad una pressione eccessiva: dover capire le spiegazioni complesse che l’adulto gli proporne in continuazione, con un linguaggio spesso non adeguato alla sua età e nel contempo dover gestire la carica emozionale che gli eventi provocano sono due processi troppo complessi da affrontare contemporaneamente. La sfida del bambino, il così detto “capriccio”, è un mezzo evolutivo e soprattutto fisiologico per comprendere il mondo, per capire fin dove può arrivare, dove è concesso che si possa spingere senza mettere a rischio la sua salute. E’ compito del genitore fargli comprendere dove è il limite, dove deve fermarsi, ed è necessario che glielo faccia capire con i fatti, con l’azione, con un canale ed un linguaggio quindi  alla portata del bambino, non con le parole, con le troppe argomentazioni, che possono apportare un ulteriore carico cognitivo da elaborare. La maggior parte delle volte, inoltre, il dialogo che si tenta di instaurare post-capriccio o comportamento-problema può avere come effetto pragmatico quello di distrarre l’attenzione dall’oggetto della discussione o di far percepire al bambino un ulteriore rinforzo alle sue azioni, dal momento che riceve immediatamente attenzione e parole in quantità da parte del genitore.

Spesso la trappola è pensare che un “no” sia una privazione che stiamo infliggendo ai nostri figli: a volte cerchiamo di “indorare” la pillola al piccolo farcendo il “no” di spiegazioni, di razionalizzazioni eccessive, quasi come se stabilire un “no” sia un’azione tirannica da far subire al bambino, vorremmo quasi avere il suo “permesso” e quindi attraverso le spiegazioni ricerchiamo il suo consenso. E’ come se dicessimo “Mi costringono a dirti no, scusami, io non vorrei!”.

Il rischio è proprio far passare questo ulteriore livello del messaggio, squalificando il contenuto e mettendo in totale confusione il bimbo attraverso una comunicazione paradossale. Qui è necessario ribaltare l’ottica, il “no” non è assolutamente una privazione, il “no” è un regalo da fare ai figli, è un mezzo per crescere, è la serenità di comprendere che il mondo è fatto anche di limiti, non si è di fronte ad uno sterminato spazio imprevedibile in cui provare la paura di perdersi. Noi adulti in primis non dobbiamo avere paura del “no”, rischiamo così di passare questa angoscia ai bambini che se ne dovranno difendere in qualche modo, e nella maggior parte delle volte questa paura si trasformerà in una maschera dispotica che il bambino indosserà negli anni, che gli darà l’illusione di controllare il suo ambiente, sacrificando così le proprie emozioni e relazioni con il mondo, con il rischio di innescare problemi sociali e relazionali.

Quindi mamma, papà, avete alzato la voce con vostro figlio? Non sentitevi in colpa, può succedere, siete umani, e state insegnando proprio questo ai vostri bambini. Nel difficile mestiere di essere genitore ci saranno milioni di volte in cui sbaglierete modalità, in cui sbaglierete strategia, in cui vi sentirete stanchi, arrabbiati, preoccupati, e queste emozioni prevarranno e vi faranno perdere di lucidità, ma non è questo il punto, non è questo fondamentale. Certamente ci sono quotidiane interruzioni nell’ottimale sintonia tra genitori e figli, quotidiane  piccole “rotture” relazionali da dover riparare. Ed è questo uno dei più grandi insegnamenti che possiamo apprendere e far apprendere, ci si può momentaneamente “perdere di vista” e gestire nel miglior modo la normale frustrazione  che da ciò deriva, ma se questo avviene all’interno di una cornice emotiva positiva si può ritrovare facilmente e serenamente la strada per ritrovare l’armonia familiare.

Il cuore della questione, quindi, è la RELAZIONE che state creando con i vostri figli, necessaria   premessa per riuscire, senza troppi sensi di colpa, a esprimere anche uno stile educativo diretto e chiaro: questo è il compito così enorme e così meraviglioso che il vostro essere genitori vi concede.

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