LE VOCI PARLANO MA NON E’ FOLLIA RISPONDERE

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Uno dei fattori positivi meno evidenti dell’avvento di internet è stato quello di consentire a molte persone che vivevano un senso di “stranezza” e diversità nel silenzio e nel buio delle proprie abitazioni di potersi finalmente esprimere attraverso il web. La condivisione delle esperienze, che rappresenta un motore attivissimo dei social network, ha permesso a molti di scoprire così che quelle sensazioni vissute come alienanti e disturbanti appartenevano invece ad un universo di persone con le stesse caratteristiche e ugualmente bisognose di essere viste e ascoltate senza pregiudizi.
Nel caso degli uditori di voci, questo appare ancora più determinante. Il confronto con i gruppi e le informazioni presenti on-line permette facilmente di tracciare una linea di confine tra il mondo e il modo prettamente psichiatrico e quello che in realtà non lo è e che raccoglie al suo interno una percentuale compresa tra l’8 e il 15 % della popolazione (Corriere della sera Salute del 13 febbraio 2012).
Se tradizionalmente infatti, il “sentire le voci” era esclusivamente annoverato nella sintomatologia schizofrenica e comunemente trattato in ambito psichiatrico, grazie ai movimenti promossi dal basso dagli stessi uditori si va facendo sempre più strada una maggiore consapevolezza del fenomeno e una decisa apertura ad una visione più “umana” di quanto avviene a una persona che sente le voci.
In generale, andrebbe operata una valutazione individuale per capire esattamente di cosa si tratti ma si ritiene di poter distinguere nettamente tra la presenza di psicopatologie o meno. Molte sono infatti le persone uditrici che non appartengono in alcun modo ad una classificazione diagnostica di ambito psicologico o psichiatrico e la cui “particolarità” comportamentale ricade esclusivamente nell’ascolto delle voci. In questi casi, attualmente, sono diverse le chiavi di lettura che offrono una interpretazione dell’esperienza uditiva: possiamo seguire infatti una visione spirituale-olistica, una neurologica-cognitiva, una emotiva, una legata alle differenze individuali…
In chiave spirituale, ad esempio, le voci possono essere intese come “maestre di un percorso di crescita interiore” (Escher, 1997) portatrici di nuovi significati se la persona è disposta ad accoglierli e utilizzarli nella propria vita quotidiana. Lo stesso Jung -che dichiarava di sentirle- le connetteva all’inconscio collettivo, cioè a un modo di comunicare con dei livelli di coscienza universali.
In realtà, al di là delle diverse interpretazioni, che attualmente non esauriscono sufficientemente la portata del fenomeno, quello che emerge tra gli esperti è che ciò che conta “non è tanto udire le voci quanto l’in-capacità di fronteggiarle” (Romme e Escher). Il rapporto cioè tra l’uditore e le sue voci risulta alla fine determinante nel definire la qualità dell’esperienza e quindi nel riorganizzarla. È quello che di essa l’uditore decide di fare a incidere forse in maniera più significativa sullo sviluppo o meno di patologie. In questo senso i significati che il contesto di riferimento, la famiglia, gli amici, gli affetti in genere, rivolgono verso l’esperienza di ascolto delle voci potrebbero consentire o meno all’uditore di sentirsi accolto e/o di intraprendere un percorso di sostegno e rinforzo. Se la rete sociale sarà accogliente e non giudicante la persona potrà aprirsi e utilizzare quanto sta accadendo nel modo che riterrà più opportuno, anche valorizzandola ulteriormente grazie alla crescita che ne potrebbe derivare. Se al contrario, si sentirà minacciato dal pre-giudizio altrui i rischi di chiusura e condizionamenti negativi prevarranno, spesso portando l’uditore all’isolamento.
Non è facile aprirsi e condividere apertamente l’esperienza per la prima volta ma è questo il passo necessario per imparare a “usarla” e viverla meglio. La consapevolezza di non essere soli e, soprattutto, di poter essere capiti e compresi potrebbe indubbiamente aprire la strada per uscire dal senso di autoesclusione e vittimismo in cui a volte ci si condanna senza appello e riprendere in mano attivamente la propria vita.
Bibliografia
Romme M., Escher S. (a cura di) (1997), Accettare le voci. Le allucinazioni uditive: capirle e conviverci, Giuffrè ed., Milano
Semprini L., Canini, S., (2012) Nuove frontiere per gli uditori di voci: un approccio evidence-based alla comprensione delle allucinazioni uditive.
Mario Pappagallo “Appello a chi sente le voci: non sempre è una malattia” Corriere della Sera Salute del 13 febbraio 2012

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